Varanasi, santone indiano davanti alle pire.

Varanasi, i morti, i cani e la bestialità dell’uomo.

Varanasi, Benares, Kashi. L’arrivo non è qualcosa che si dimentica facilmente. E’ come il primo morto. Ti resta dentro, nella testa per molto tempo.
In un mare di colori, sguardi, odori e bestie tutto si fonde come metallo incandescente. E’un liquido caldo, denso che ti entra dentro e ti brucia. L’aria è pesante, l’inquinamento è insopportabile. La terra dei fuochi partenopea in confronto è l’Eden.
E’ sufficiente un’ora nelle strade e subito i polmoni si appesantiscono, un macigno si posa sullo sterno e preme
continuamente. Capisci che non è solo l’emozione a toglierti il fiato quando ti soffi il naso, il fazzoletto è nero, nero fogna, nero morte. Varanasi ti entra dentro, in tutti i modi.
La sacralità del posto l’ha resa meta turistica, il capitalismo e l’ignoranza l’hanno resa quello che è.
Una discarica, una discarica sacra per molte persone.
Qui si mischiano le fogne e tradizioni antiche quanto Anubi, Ra e i faraoni egizi.
Il contrasto c’è ed è evidente per chiunque.
Il lancio dei fiori nel Gange avviene come tributo al fiume sacro ma l’inconsapevolezza, nel mischiare tradizioni millenarie
al progresso estremo, fa si che ora le ghirlande si lancino direttamente con il sacchetto di plastica.
Il Gange, questa istituzione indiana, ha un fortissimo potere e lo si vede negli occhi dei fedeli induisti e giainisti.
I vestiti si lavano in questo mare di rifiuti, plastica e merda, perché il fiume per gli antichi era vita, ora non si sa o si fa finta di non sapere ma è veleno.
I morti si bruciano in pire, davanti al fiume, anche questa tradizione è un’istituzione indiana e induista; la sacralità del momento della morte si scontra con il progresso.
La costruzione di un palazzo dove bruciare i morti è stata boicottata dai più e i defunti vengono celebrati come tramandato.
Ma le vesti, in cui i corpi sono avvolti, adesso sono sintetiche e bruciano, bruciano veleno.
La cerimonia della processione funeraria ha del terrificantemente straordinario.
Questi falò accesi con pezzi di cadavere che spuntano alle estremità, testa e gambe, hanno del macabro, ma tutto ciò ha un senso: polvere siamo e polvere torneremo.
Ma la vita che si svolge attorno a questo rituale, ah questa ha del fantastico!
Ore 17.00, i fuochi ardono da tutto il giorno, da tutti i giorni, dall’inizio dei tempi.
Mentre i pezzi di carne vengono abbrustoliti, attorno succede di tutto.
Arriva una processione di quelli che sembrano essere due sposi, i balli e i canti si sprecano, fino a che iniziano anche a sentirsi canzoni occidentali.
Parte “Barbie Girl” degli Aqua. La scena ha del surreale.
Tutto attorno gli sguardi di santoni dipinti, turisti e comuni mortali di ogni sorta.
A contorno, ma non meno importanti, bambini e animali.
I primi corrono e giocano all’unico gioco che possa divertire un bambino in riva a un fiume, un aquilone.
Osservando i secondi si scorgono capre, mucche, scimmiette ma soprattutto cani. I cani sono ovunque.
Sono tutti simili, bastardi solitari dalle stesse fisionomie. Magrissimi, muso allungato, qualcuno zoppo, tutti spelacchiati
e con cicatrici di lotte e bastonate. Le uniche differenze tra loro le fanno i colori, che a dir la verità non sono poi molti: bianco, nero, marrone o un mix di questi.
A meno di cinque metri dai balli, un cagnolino diverso dagli altri mi colpisce. E’ un cucciolo, forse di un mese, sarà grande
come un pugno e zompetta insicuro verso la folla.
Arriva una cagna bianca, malnutrita, una delle tante. Cerca di mordergli una zampa, una volta, due volte, poi il collo.
La vuole afferrare e alla fine ce la fa.
Il cai-cai che si genera è straziante.
Cosa farà? Perchè anche i cani sembrano essere pazzi in queste scene pazze di una città che ha le parvenze di un girone dantesco?
La cagna trascina il cucciolo per una decina di metri per poi afflosciarsi in un angolo.
Il piccolo fagottino di pelo istintivamente si getta sulle mammelle e inizia la poppata.
La madre premurosamente inizia a leccare il collo dove pochi istanti prima aveva stretto la mascella per sollevare il pargolo.
La scena di una madre che si occupa del figlio, in maniera così genuina, ha sempre del toccante.
Se di sottofondo c’è il circo delle bestie umane allora questa scena stravolge tutte le percezioni dei sensi.
C’è molta umanità, c’è la vita che trascorre in tutte le sue forme.
C’è tutto, è tutto lì e basta vederlo. Le mucche pascolano nella fogna creata dall’uomo, tradizioni millenarie immortalate
da i-pad, venditori di legna, guru arancioni e bianchi, bambini affamati che ti supplicano con i loro “please, no mama”.
Non manca nulla, tutto si mischia, tutto si fonde come l’aria al primo impatto, tutto ti penetra.
Sperando che il veleno che si respira non porti tutti prematuramente alla prossima pira infuocata.

  2Commenti

  1. giancarlo bortoletto   •  

    Molto profondo e molto intenso il racconto sulla vita di un popolo attorno al fiume sacro “gange”. la globalizzazione vedo che ha sporcato tutto il mondo, nessuno escluso. L’india, la si immgina una terra povera, ma almeno ancor incontaminata, invece ,l’immondizia che si produceva nei paesi “sviluppati” e’ stata esportata nei paesi piu’ poveri , incuranti dei guai presenti e futuri che provochera’.Purtroppo l’uomo si dimostra egoista, cercando di scaricare verso i suoi simili piu’ deboli , i guai generati da un consumismo estremo.
    giancarlo b

    • nicobort87   •     Autore

      Già, bisogna ripensare tutto quello che si è costruito in chiave più sostenibile. Non pensare solo al guadagno e al risultato immediato. Lungimiranza ed equilibrio.

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