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Perdersi e ritrovarsi nelle strade di Sarnath.

Se ti trovi in India e un giorno puoi concederti il dolce far nulla, puoi semplicemente perderti nelle strade, nei rumori, nei colori e nella semplicità delle persone che puoi incontrare.
La vita trascorre vera, feroce e sorprendente in ogni centimetro di questa terra.
Puoi imbatterti nei ciabattaini, nei sadhu, in una festa dentro in uno dei migliaia di templi.
Tutto sembra fatto per vivere in un eterno presente. Se sei fortunato puoi assistere a uno degli spettacoli più terrificanti e belli che queste tradizioni sanno offrire, un matrimonio indù.
La tristezza della crudeltà e la gioia dei colori si mischiano in una brodaglia dolceamara.
Gli sguardi delle spose possono trasmettere una tristezza infinita, puoi specchiarti nel loro personale muro di ghiaccio e capire che tutta quella pomposità copre ciò che in realtà è evidente, cioè l’assurdità di questi destini combinati da credenze tanto antiche quanto terrificanti. Gli sforzi sono evidenti, tanto quanto la festa e i sorrisi che si sprecano.
La cordialità di amici e parenti è vivida e reale, ma la vittima è quasi sempre lei, la donna.
Può capitarti di sorridere ai genitori della sposa e, se ti dovesse capitare, sicuramente non riusciresti a rifiutare il loro invito a unirti al pranzo di nozze preparato davanti al tempio.
In dieci minuti ti troveresti con duecento invitati, seduto su un tappeto, a mangiare con le mani.
Il tuo piatto verrebbe riempito almeno altre due volte, fino a qualche tua evidente supplica di pietà.
Non avresti il tempo neanche di metabolizzare ciò che ti sta succedendo.
La gentilezza e l’ondata di affetto spontaneo ti lascerebbero sbigottito.
In quel frangente ti butteresti sul piatto senza neanche riflettere, lo faresti per il calore, e per evitare di offendere tutta questa aspettativa umana, di occhi grondanti di affetto che ti circondano.
Mangeresti senza posate, senza pensare che qualche minuto prima stavi accarezzando un cane pulcioso nella slum dietro la ferrovia. Ti dimenticheresti che avevi abbracciato un bimbo ancora più pulcioso, strappandoti il cuore dal petto.
Non te ne ricorderesti e se invece lo facessi, te ne fregheresti comunque,
perché questa è l’India e perché la vita è una.

Finito il matrimonio, abbracciato da tutti, cercheresti di tornare verso casa.
Cercheresti di orientarti senza riferimenti stradali, visto che le strade sono sentieri e le case sono cumuli di mattoni, di fango e di niente.
Ci proveresti e poi ti ritroveresti a bere il terzo chai thè a casa di qualche sconosciuto, che ti mostrerebbe la sua capra, la sua mucca, i sette figli e
cercherebbe di farti sentire l’ospite inatteso più gradito sulla faccia della terra.
Probabilmente tutto questo ti sconvolgerebbe, sconvolgerebbe ogni tua sicurezza su quella che è la povertà, la ricchezza, il tempo, le cose importanti, le sciocchezze, il rispetto, la tolleranza, i soldi e la vita stessa.
Questo è un pezzetto d’India, qui il presente non è qualcosa che definisce ciò che separa il passato dal futuro.
Qui il presente è eterno, qui ogni attimo è imprevedibile.
Un cane ti muore davanti mentre un matrimonio viene celebrato.
Qui l’adesso è reale, ogni persona lo sa e lo vive così.
Il domani è incerto.
Si vive così, si vive anche di sofferenze e morte perché la vita è anche questo e nasconderselo è pura illusione.

 

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