vi racconto mio padre Antonio

Paolo racconta in una lettera il padre imprenditore in crisi.

Raccolgo dal web una lettera di un figlio di un padre che potrebbe essere il mio e la ripropongo:

“Mi chiamo Paolo e mi trovo solo a trent’anni a conoscere e descrivere per la prima volta mio padre.
Antonio, mio padre, una persona rispettabile, una tutta d’un pezzo che non si scompone mai, mai una parola fuori posto. La testa sempre proiettata sul lavoro, sui problemi e affaccendato in mille questioni più grandi di lui. Chi lo conosce nel lavoro lo reputa una persona affidabile, onesta e un baluardo nella tempesta dell’economia che schianta la sua faccia nella realtà.

Mio padre, che alla mia età fu costretto dalle circostanze e dalle aspirazioni familiari, ha fatto come tanti suoi coetanei, ha deciso di costruire l’Italia. Partito da niente ed arrivato dopo 40 anni di fatiche la in alto. Forse è arrivato troppo in alto, quando qualche anno fa arrivarono i primi problemi che sembrarono passeggeri, poi l’incubo è peggiorato, un costante pungolo nello stomaco ha avvolto lui, mia madre, tutta la famiglia.

Banche strozzine, clienti furbi, clienti disperati, fornitori alla ricerca di denaro. In questo elastico mentale di bisogno di denaro mio padre ha cercato di arrangiarsi come meglio poteva, aumentando le pastiglie per l’ansia, per la pressione, per il cuore, per il fegato. Ormai in questa maschera di uomo forte e risolutore aveva costruito la sua intera vita.

Mi ricordo due momenti fondamentali della sua vita, la morte dei genitori, prima il padre dopo una settimana di ricovero una decina d’anni fa; il secondo momento fu la morte di sua madre, l’anno scorso.

Mia nonna morta tra le mie braccia in ospedale, io e lui la assieme in stanza e nessuna lacrima, nessuna commozione, assolutamente niente.

Mai l’ho visto piangere, mai. Ho sempre creduto che per lui fosse impossibile, che fosse talmente preso dal suo ruolo che non potesse permettersi il lusso di mostrarsi debole, né a casa, né a lavoro.

Poi un giorno, dopo trent’anni di vita insieme, arriva un’offerta per rilevare l’azienda, lui non ci credeva ma un po’ ci sperava, sperava di levarsi dall’incubo, sperava che qualcuno riconoscesse il suo lavoro di quarant’anni di fatiche. Un’azienda che era un fiore all’occhiello nel suo settore fino a neanche una decina d’anni fa. Anche qui lo schianto, lo schianto psicologico nel vedere gli avvoltoi che arrivano a mangiare la carcassa e lui inerme non vede riconosciuto niente di ciò che è stato costruito con le sue mani.

La distruzione della sua immagine, la paura del futuro, la prospettiva della sicura perdita del lavoro e della casa lo fanno crollare in un muro di pianto, un pianto fanciullesco di colui che nella vita non ha mai potuto mostrare ciò che sentiva.

Io inerme lo stringo come padre di mio padre e gli dico che andrà tutto bene, che qualcosa si farà, che in qualche modo arriveremo insieme a trovare una soluzione, saranno momenti difficili ma passeggeri.

Le parole non bastano a consolarlo, il fiume di lacrime si ingrossa come sotto una tempesta.  Io mi sento così piccolo, così infantile, così inutile, cerco solo di abbracciarlo e mi godo il suo lato umano che per una trentina d’anni è rimasto a me così nascosto. Nella disperazione colgo una sua parte che avrei voluto vedere già prima, la sua umanità.
Ma a che prezzo? A che prezzo questa umanità che si rivela solo nel dolore, nel dolore di chi sta perdendo tutto, che non ha prospettive di un futuro, che è martellata dalla disperazione di una generazione che rimboccatasi le maniche negli anni ’60 ora si trova disarmata di fronte a un mondo che non da più libertà, più prospettive, più speranze.

Capisco come debbano essersi sentiti gli imprenditori suicidi, li capisco perché ho letto nei suoi farfugliamenti di pianto e muco delle richieste di perdono rivolte a me, mio fratello e a mia madre. Un “Vi ho rovinato la vita” rantolato nella disperazione mi ha ferito come una lama di un rasoio. Quel suo senso di colpa indelebile e fisso nella mente è la sua spada di Damocle più grande. La consapevolezza di aver creato l’inferno dentro di sé e nel suo ambiente, per poter portare avanti ciò che stava andando avanti da quarant’anni, è ciò che lo ha fatto implodere dopo essersi reso conto che forse questa volta è arrivata la parola “fine”. Il senso di colpa per aver sacrificato gioie, piccoli momenti, rilassamenti e spensieratezza, di anni che non torneranno più, questo è ciò che lo tormenta dal profondo. La sensazione di aver messo quel lavoro, quella routine davanti a tutto, all’umanità e all’empatia, alla possibilità di essere psicologicamente liberi da certi pensieri.

Questo è ciò che è, e io sciocco che credevo non fosse neanche umano mio padre ora lo scopro con una consapevolezza nuova. Lo amo come padre e riconosco in lui una onestà e una fragilità che può solo generare un senso di compassione e impotenza materiale nell’aiutarlo ad andare avanti.

Nella mia relativa incoscienza credo che tutto si sistemerà, dipenderà solo dalla disponibilità al cambiamento che ci sarà in lui e in lei, mia madre, vera domina della casa e col potere quasi assoluto di decisione, visto che la maschera di mio padre lo ha sempre nascosto dietro a questo senso di colpa.

Ora loro due dovranno guardarsi in faccia e dirsi che è finita, che è finito un sogno, uno stile di vita, che bisognerà probabilmente andare via, cambiare abitudini, metterci la faccia, quella vera, senza maschera.

Mai avrei pensato di arrivare a questo punto, ma dal lato umano di mio padre ho colto che tante persone si trovano ora nella sua situazione e solo ora posso dire: si cambia, verso il “meno” che non è necessariamente solo un “peggio”, meno pensieri, meno maschere, meno bisogni.

Io spero sia solo un passo necessario per una maggior serenità, lo spero, anche se gli occhi gonfi di lacrime di mio padre non li potrò mai dimenticare, di quell’uomo dall’immagine stoica che ora sembra più umano, più amico, più mio padre.”

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