Train

Diario da un treno-bestiame indiano

Train
Mi sveglio, convinto di dover iniziare i corsi a scuola. Pronto con le mie slides, proiettore. Ormai ci sono.
E’ l’obiettivo primario di questo viaggio.
Arrivo in ufficio, doccia gelata, la scuola chiude per degli incidenti a Varanasi. Scontri tra polizia e religiosi induisti, botte da orbi e incendi sparsi in zona Godwolia.
In arrivo un’altra doccia gelata: ‘Ah, Nicolò sir, tomorrow are starting the middle-year examination for next four days’
(Nicolò, domani iniziano gli esami di metà anno scolastico, dureranno per i prossimi quattro giorni)
Il che significa, niente corsi per i prossimi giorni. Niente, non posso fare nulla di ciò che avevo in mente.
Strano, l’imprevisto indiano è sempre lì ad aspettarti. La corrente che salta, l’acqua che manca sotto la doccia.
Va beh cosa ci posso fare? Parto per Bodh Gaya a vedere l’altra scuola. Decido di partire la sera stessa con altri due professori e un monaco buddista spagnolo, ex direttore dell’IBM e capo ingegnere in una multinazionale svizzera.
All’inizio penso si vada in auto. Invece no, treno.
Ho già fatto viaggi in treno indiani ma di solito prenotavo un posto.
No reservation, we have to run. (Niente posto riservato, bisogna correre)
Ok, perfetto.
Per chi si lamenta delle ferrovie italiane forse non ha mai preso un treno in India, e soprattutto non ha mai preso il biglietto senza prenotazione in 3° classe.
Ancora prima che il treno si fermi il fiume umano che sta aspettando il treno inizia a muoversi, sembra abbiano aperto una diga. I primi si agganciano in corsa e salgono a prendere i posti per gli altri. Anche Mohan e Bipin i due professori indiani con me iniziano a correre e sgomitare, io sono allibito, con la mia borsa e la borsa del monaco, provo a seguirli ma la folla mi fagocita. Persi, ho perso anche il monaco.
Perfetto, dove vado? Due secondi di vuoto mentale e smarrimento.
Inizio a correre, trovo il monaco pochi metri più avanti. Sembra una barzelletta, iniziamo a sgomitare, sembra il treno per Auschiwtz, tutti spingono, tutti urlano, non si respira, ci saranno 40° nonostante siano le 20.30 di sera.
Troviamo la carrozza un centinaio di metri più avanti, spingiamo e saliamo a fatica.
I due salvatori indiani ci hanno tenuto due posti non si sa come.
Io mi ritrovo su una panchina di legno, siamo in 7 su 4 posti.
Le urla, gli odori, la concitazione del momento sono inconcepibili.
Si parte con un’ora di ritardo, la panchina di legno è scomoda, ma mi guardo attorno, sono tra i più fortunati. Ho da sedermi. Al mio fianco giace un vecchietto, ha gli zigomi che quasi gli perforano la pelle tanta è la sua magrezza, gli occhi gli escono quasi dalle orbite incavate e scure. Lo osservo rannicchiato a terra in posizione fetale. Le gambe sono spesse si e no due dita, mi rendo conto che è malato. Giace con la testa appoggiata sulla coscia della moglie, anche lei seduta in posizione scomodissima.
Lei lo accarezza tra i capelli unti, con amore e una tenerezza incredibili, credo stia morendo. Non arriverà sicuramente a vedere il prossimo anno, forse neanche il prossimo mese.
Ogni tanto qualcuno camminando lo calpesta, lui non reagisce nemmeno. È quasi un fantasma.
La morte è a pochi centimetri da me, la sento, la respiro, è qua, ma a me sembra così normale, così accettabile in questo contesto.
Mi osservo attorno. Come sempre ‘un bianco’ è al centro dell’attenzione. Sorrisi, cenni con la testa, domande sulla nazionalità, salario, lavoro, sulla ragazza, sposato si o no. Ormai è normale.
Alla mia sinistra, panchina di fronte c’è un papà con bimbo di un anno, giocano col telefono, ridono, scherzano. Poi i minuti si accumulano, il calore anche, il piccolino diventa insofferente e iniziano gli schiamazzi, i pianti.
Ma si sa, il papà non è la mamma, non sa come calmarlo, non so cosa gli dica, non capisco l’Hindi, ma vedo che è imbarazzato e non sa come gestire la cosa, è frustrato dal non riuscire a farlo stare buono. In sei metri quadrati saremo senza esagerare 25 persone, tutti vorrebbero dormire, ma i decibel delle urla del figlio credo arrivino fino all’altro vagone.
Io rido, cerco di guardare il bimbo negli occhi ridendo, mi osserva un secondo, si ferma, poi si gira verso il finestrino e ricomincia a piangere.
Alla mia destra la morte, alla mia sinistra la vita in tutta la sua potenza, nello spazio così ristretto c’è tutto il ciclo della vita che si confronta.
Si procede tra urla e pianti alternati da silenzi appisolati per quasi tre ore. In totale il carro bestiame ci metterà quasi 8 ore per un tragitto che normalmente ne richiede tre.
La seduta è una delle più scomode mai provate, alla fine dei conti era quasi meglio distendersi sul pavimento se non fosse stato per i topi e per le blatte grandi come un alluce.
E’ un viaggio da fare, da vivere con gli occhi aperti per capire l’intensità di un paese così diverso e il suo modo di mischiare vita, morte, colori, odori e sapori. Fatelo, prima che anche in questi carri bestiame siano tutti di fronte uno all’altro con una barriera telefonica o tecnologica a separare gli sguardi, a mettere barriere invisibili tra ognuno di loro, tra ognuno di noi.

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